BIG DATA Heritage

Apparentemente un ossimoro, i BIG DATA collegati al patrimonio culturale esistono e possono diventare  una risorsa sempre più importante nelle politiche di marketing e promozione. Cosa sono i BIG DATA? Innanzitutto implicano una salto di “scala”, si misurano in Exabyte (trilioni di byte), ma soprattutto di “visione”. Richiedono tecniche di analisi (data mining) estremamente più raffinate e complesse rispetto a quelle utilizzate fino ad oggi per i web analytics.  I BIG DATA Divers, sono gli esperti in analisi di dati provenienti da social networks , web blogs, VLSDatabase (Very Large Scale Database), che si immergono letteralmente in questi enormi repositories alla ricerca del sentiment, di una semantica o, nel migliore dei casi di una narrativa che riconduca questo caotico magma di byte ad un senso condiviso.

Secondo la società Gartner, pioniere del termine (a dire il vero riduzionistico) di BIG DATA, questi si definiscono in base alle 3 V,  VOLUME, VARIETA’, VELOCITA’[1], in particolare: – “Big data are high volume, high velocity, and/or high variety information assets that require new forms of processing to enable enhanced decision making, insight discovery and process optimization.”[-.

VOLUME:  i BIG DATA si definiscono in Exabyte, trilioni di byte, e indicano in generale enormi repositories di dati provenienti da fonti diverse.

VARIETA’: si tratta di dati strutturati come quelli dei database, ma anche non strutturati quali ad esempio quelli dei blog, social networks, etc..

VELOCITA’: i dati si aggiornano rapidamente, ad un ritmo difficilmente misurabile ma caratterizzato per l’estrema rapidità. Pensiamo ad esempio all’aggiornamento di una pagina Facebook o di una conversazione con Twitter etc.

Insomma, i BIG DATA ri-definiscono i confini della ricerca consolidata da anni, dell’information retrieval sul web, ampliando enormemente  le dimensioni e la geometria del “misurabile”, del “ricercabile” e soprattutto del potenziale di senso e di valore che la ricerca può produrre.  Analizzare questi  immensi volumi può infatti consentire la definizione di decisioni strategiche: alcuni esempi di proficuo utilizzo ne sono quelli legati all’ultima campagna elettorale di Obama.  Un’accurata analisi del sentiment pre elettorale su Facebook pare abbia consentito al Presidente di posizionare strategicamente proprio le ultime battute della campagna elettorale, organizzando alcuni comizi decisivi rispetto all’esito delle elezioni[2],[3].

 

 

 

 

 

Quali applicazioni per l’Heritage?

E’ possibile al momento provare a individuare alcuni ambiti:

-  L’analisi dei dati sui flussi turistici collegati agli hub aereoportuali. Gli utenti che utilizzano le connessioni wi-fi degli aereoporti in realtà lasciano tracce di pubblico dominio (dove normalmente gli utenti acconsentono al trattamento dei dati in cambio del Wi-fi) che parlano spesso dei loro transiti fra un aereoporto e un altro, fra una città e un’altra etc. Si tratta di impressioni di viaggio, resoconti di esperienze, conversazioni Twitter o Facebook che possono rappresentare fonti importanti per intercettare il “sentiment”  dei viaggiatori.

- Nell’ottica delle smart cities, e dell’organizzazione di eventi culturali, il “diving” di dati su social network può essere utile per tracciare i flussi di interesse o addirittura monitorare in tempo reale i movimenti all’interno di grandi spazi. Pensiamo ad esempio all’EXPO 2015 e alla sua progettazione: potrebbe essere utile analizzare le tracce lasciate su Twitter o Facebook dai visitatori per definire quali aree, temi, incontri nell’evento incontrano il maggior interesse. Un  evento di lungo periodo come l’Expo potrebbe avvantaggiarsi di queste evidenze per ri-progettare in corso d’opera il proprio calendario  per riposizionare l’agenda degli eventi anche in base ai gusti dei visitatori.


[2] http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/microsites/ostp/big_data_press_release_final_2.pdf

[3] http://www.infoworld.com/d/big-data/the-real-story-of-how-big-data-analytics-helped-obama-win-212862

Turismo contemporaneo

Nell’era del turismo digitale, quali sono le opportunità per le istituzioni del patrimonio? Non esiste viaggio che non sia organizzato grazie agli strumenti in rete, che consentono di prenotare trasferimenti, hotel, case ma anche di organizzare itinerari, valutare e confrontare possibilità diverse grazie ai siti di recensioni e di opinioni peer to peer. Il turismo collaborativo o wiki tourism è sempre più una realtà per migliaia di turisti, che si affidano sempre di più a social networks per avere pareri non istituzionali per confrontare opinioni, nell’ottica di un utilizzo della rete sempre più svincolato dalla comunicazione istituzionale e che si serve sempre di più delle reti di community che nascono spontaneamente in base alla condivisione di interessi e esperienze. La logica del sito web promozionale dell’istituzione è un po’ superata nell’ottica dell’attrazione turistica: il sito web del museo, per essere davvero “attraente”,  dovrebbe dotarsi di ulteriori strumenti più dinamici e in grado di creare “socialità” intorno all’istituzione.

Nel febbraio 2012, ho avviato un progetto di ricerca  sul tema della creatività digitale in relazione alle istituzioni dell’arte contemporanea,[1] e fra gli obiettivi individuati vi era quello di analizzare i siti web dei principali musei italiani rispetto alle potenzialità del digitale. I risultati ottenuti non sono molto confortanti: alcuni esempi virtuosi si stagliano in un panorama nel quale la maggior parte dei siti risulta piuttosto restia ad usare la multimedialità, e mi riferisco ad applicazioni interattive anche non particolarmente sofisticate come i video, le visite virtuali oppure delle applicazioni ludiche  che siano in grado di catturare anche per brevi istanti la curiosità del visitatore virtuale. La ricerca ha analizzato più di 80 siti e fra i casi meno incoraggianti abbiamo rilevato  il Pac- Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano (www.comune.milano.it/pac), la  Galleria Civica di Modena (www.galleriacivicadimodena.it), il Centro Arti Visive Pescheria (Pesaro) (www.centroartivisivepescheria.it) o anche la GAMeC- Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo (www.gamec.it).  Tali siti risultano totalmente privi o quasi di qualsiasi spunto all’interattività sia nella presentazione dell’istituzione , degli spazi museali o delle possibilità offerte ai visitatori (visite guidate,) sia anche nella presentazione del loro patrimonio ; spesso per sua natura multimediale come spesso accade per le opere dell’arte contemporanea.

Accanto ai casi “disperati”, voglio però citare anche due esperienze positive e in particolare:  MAXXI- Museo nazionale delle arti del XXI secolo (www.fondazionemaxxi.it)  e il Museo del Novecento di Milano (www.museodelnovecento.org). Il primo rende molto bene l’idea di una istituzione nuova, embeddata in un edificio prestigioso opera di un’archistar di fama mondiale ma che da anche ampio spazio alla community di appassionati d’arte e potenziali visitatori. Nel sito si trova infatti un’ampia sezione dedicata al multimedia sia nella forma di video e foto sia anche come spazio riservato alle communities dei social network grazie agli spazi facebook, twitter e instagram. Anche il Museo del Novecento offre un interessante percorso virtuale nella collezione: una chiave di lettura in più per capire la visione di questo museo dedicato alle diverse forme espressive del secolo scorso. Merita inoltre un accenno anche il sito della, piccola e più periferica, Fondazione Pistoletto  (www.cittadellarte.it) di Biella che ha un’interessante galleria multimediale spesso arricchita anche grazie ai contributi degli utenti.

La strada verso il turismo 2.0 è ancora,  per molte istituzioni contemporanee,  ancora molto in salita..


[1] Il progetto “La valorizzazione del patrimonio artistico intangibile in Piemonte: verso un modello di creatività digitale”, è stato finanziato dalla Compagnia di San Paolo in collaborazione con l’Università di Torino.

Le età del patrimonio culturale

“Il patrimonio culturale dell’Italia è il più ricco del mondo”, “l’Italia è un museo a cielo aperto”. Queste osservazioni, non solo di senso comune ma avvalorate da autorevoli statistiche, pongono diverse questioni che, forse, questo blog aiuterà a dipanare. La prima di queste : “In Italia ci si occupa troppo o troppo poco” dei beni culturali? Il patrimonio è li sotto gli occhi di tutti, nelle maestose fattezze dei monumenti antichi o negli scorci di paesaggio che dilettano milioni di turisti. Che sia una risorsa naturale da difendere o un sito archeologico da valorizzare, il nostro patrimonio culturale è auto-evidente nella sua complessità, nella sua ricchezza, nella sua varietà, un bene pubblico ora ammirato, decantato, spesso dato per scontato. Chi come Salvatore Settis non si è mai stancato di denunciarne gli abusi da parte degli interessi economici, politici, sicuramente pensa che il nostro patrimonio non sia valorizzato abbastanza. Altri spingono invece per una più aggressiva privatizzazione che dovrebbe garantire le risorse economiche necessarie per tutelare il patrimonio senza pesare troppo sulla spesa pubblica. Vi è poi un’altra questione interessante e, forse questa si, un po’ troppo data per scontata: “Chi sono i destinatari del nostro patrimonio culturale ? Per chi valorizzare le ricchezze ineguagliabili del nostro Paese? Non è forse l’idea di turismo o turista un po’ usurata? Eppoi: perché non pensare di più, non solo al viaggiatore che arriva dall’estero e che attiva un circolo virtuoso di ritorni economici, ma anche al cittadino comune che gira i musei, che riscopre le bellezze del suo territorio, che si fa turista solo temporaneamente e per “brevi interstizi temporali della sua vita quotidiana”? ( Lush, Urry, 1994 ). Da questa prospettiva ecco che il termine “valorizzare” assume molteplici sensi: può voler dire ora “attualizzare”, ora “spiegare in altri termini”, ora, passatemi il termine ombrello, “comunicare e promuovere”. Altra questione scottante: come va pensato l’uso delle ICT nella valorizzazione dei beni culturali ? Dopo la prima fase di “digitalizzazione del patrimonio”, il fenomeno di conversione al formato della contemporaneità, non è forse tempo di pensare una digitalizzazione un po’ più personalizzata per un pubblico sempre più avvezzo a molteplici forme del digitale che si declinano nelle sue versioni, portatili, smart, cross mediali e infinitamente diverse dalle prime sperimentazioni del web anni ’90. E qui veniamo al nocciolo della questione: quali sono le età dei beni culturali? Come parla il patrimonio culturale ai giovani, ai bambini, agli anziani? Con quali strumenti e linguaggi?

patrimonio culturale

Il nostro paese non manca di sperimentazioni in questo senso: citiamo alcuni progetti di guide multimediali, quella per la Mostra del Cinema di Venezia, http://www.cinema.beniculturali.it/Notizie/2115/66/mostra-del-cinema-di-venezia-imibac-cinema-guida-multimediale, realizzata dal Mibac in collaborazione con Apple, o la recente guida della Galleria Ambrosiana http://affaritaliani.libero.it/mediatech/arte-smartphone241012.html, pensata per i dispositivi Samsung.
Le applicazioni sono interessanti: la prima dedicata agli appassionati di cinema, la seconda ad un pubblico più generico di visitatori della Pinacoteca concentrata sull’arte classica e moderna. Certo, il cinema è una passione trasversale che accomuna adolescenti e adulti, anche se i limiti fra le generazioni si fanno sempre più sfumate, ma rispetto all’arte “classica”, perché non trovare linguaggi e forme un po’ più “giovani” per raccontare il nostro ricchissimo patrimonio? Resiste ancora un pregiudizio “curatoriale” che impedisce di parlare di arte con la A maiuscola in modi non convenzionali o anche solo meno convenzionali?
Il blog vuole avviare queste e altre riflessioni, con giusta polemica ma sguardo aperto. Alla prossima!